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Padrona Verona

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Al centro della sala era posto un tappeto ed un tavolinetto in vetro e legno. Alcune riviste di moda e gossip erano sparse alla rinfusa sul piano. Addossato ad una parete stava un bel divano bianco mentre sul lato opposto della stanza vi erano un TV color ed una piccola libreria colma di volumi.  riconobbe alcuni libri del suo corso di studi. Un’ampia finestra illuminava la stanza e sull’ultima parete la ragazza vide un’alta scaffalatura piena di libri ed un piccolo acquario con pesci variopinti e piante tropicali.  s’avviò verso il divano e costrinse  a seguirla quattro zampe. La povera serva doveva procedere come una cagna perché la Padrona non le permetteva di sollevare la testa più in alto delle proprie gambe. Aveva il viso a pochi centimetri dal sedere tondo e bellissimo di  e la Padrona glielo agitava davanti nel camminare in modo sensuale ed elegante. Per un attimo, un attimo solo,  ne fu ammaliata.  si sedette sui morbidi cuscini del divano e lasciò la chioma di . Questa si sollevò un poco portandosi le mani alla nuca dolorante. -“Torna in ginocchio”- ordinò , senza alzare la voce.  esitò. -“Schiava! Obbedisci!”- Queste parole percossero  come una frustata e la ragazza si chinò davanti alla Padrona. -“Toglimi le ciabattine”-  prese prima un piede e poi l’altro, tolse da entrambi le pantofoline e le appoggiò sul pavimento. -“Sulle mani”- disse tranquillamente . -“Come?”- -“Ho detto sulle mani. Sulle tue mani. I miei piedini si raffreddano a stare fermi sul marmo, li devi adagiare sulle tue mani”-  sollevò i piedi di  e distese le sue mani sul pavimento.  vi appoggiò sopra i talloni e l’incavo delle piante. Muoveva le dita con leggiadria, assaporando l’orgoglio di  in frantumi. -“Ora toglimi i calzettoni”- incalzò. -“Ma…”- balbettò la schiava. Stava per dire –“Come faccio a toglierle le calza se ho le mani sotto ai suoi piedi?”- -“Non lo fai?”- chiese  fra il divertito e lo strafottente. -“Dovrei spostare le mani”- -“Nient’affatto!”- esclamò , sollevando un solo piedino e strofinandone la punta sulle labbra semidischiuse di  –“Lo farai con la bocca, tutto qui. Ma attenta a non pizzicarmi con i denti, altrimenti ti calpesterò come poco fa. Solo che lo farò con i tacchi a spillo, ci siamo capite?”-  non ebbe bisogno di rispondere. Era annientata e sconfitta in partenza. Si chinò fino a sfiorare le caviglie dell’aguzzina con la bocca, afferrò quanto più delicatamente possibile l’orlo delle calze fra i denti e le labbra e fece scendere il primo calzino. Il piedino di  era abbronzato ed aveva il colore della più bella gemma d’ambra che  avesse mai vista. I suoi occhi ne percorsero il tallone fiero e forte e le dita affusolate, poi spostò la bocca verso il secondo calzino e ripeté da capo l’operazione. I calzini infine giacevano sul pavimento. -“Stasera lavali”- disse . -“Eh?”- -“I miei calzini, intendo. Li porti a casa tua e li lavi. Me li riporterai quando saranno puliti e stirati”- sbuffò la Padrona, col tono di chi ha ripetuto lo stesso ordine un numero di volte tale da far perdere la pazienza –“Schiava. Ti fai ridire le cose un po’ troppo spesso. Così non va bene”- E così dicendo premette un piede sulla faccia di . La serva avvertì la pianta del piede che le schiacciava la guancia sinistra e l’unghia dell’alluce che si divertiva a tormentare il suo sopracciglio. -“Devi imparare a prevenire i miei desideri al più presto. Desidero che tu sia in grado di eseguire i miei ordini nel momento stesso in cui la mia mente li formula, intesi?”- -“Farò del mio meglio, Padrona”-  tolse il piede e lo riappoggiò sulle mani di . Sorrise. -“Va bene, ora leccami i piedi. E fallo bene”- -“Ma…” esitò  –“Come vuoi”- -“La terza persona, schiava. Usa le formalità che ti sono dovute”- -“Come vuole Lei. E mi perdoni”- -“Così va già meglio. Datti da fare”-  non indugiò oltre. Leccò il dorso di quei meravigliosi piedini che ora le stavano calpestando le mani, facendole dolere le articolazioni delle dita. Ad ogni colpetto di lingua  sentiva la sua anima lacerarsi sempre più in profondità. Non capiva nemmeno più perché stesse facendo quello che stava facendo. Il ricordo delle foto e del ricatto s’era come sbiadito nel dolore di qualche padrona.

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Escort sul Lago di Garda

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Non lo ricordava più. Si sentiva assopita ma sveglissima, smarrita in un dormiveglia atono e tuttavia vigile come un gatto. Leccò a lungo i piedi della ragazza che la stava ricattando e che l’aveva fatta soffrire fisicamente e psicologicamente. Passò e ripassò con la lingua fra le dita, si sforzò di raggiungere ogni anfratto dell’arco plantare e del tallone.  seguì con attenzione l’umiliante lavoro della escort. Muoveva i piedi per indicare di leccare ora in punto, ora in un altro. La schiava capiva al volo e s’impegnava. -“Bene!”- esclamò  dopo un poco –“Mi ritengo soddisfatta”- Sollevò entrambi piedi e calò due colpi di tallone sulla testa di un’indifesa . La schiava, intontita, si ritrovò con la faccia sul pavimento, ancora una volta sotto ai piedi di . -“Visto che non è poi tanto disgustoso leccarmi i piedi?”- domandò sarcasticamente la Padrona. -“Si, Signora”- -“Non ne sei convinta?”-  non rispose, non ve ne era bisogno. -“Ti stai rendendo conto che la vita da schiava ti piace e questo ti preoccupa, non ho forse ragione?”- Silenzio da parte della sottomessa.  spostò le gambe, le ritrasse verso il bordo del divano –“Le pantofole. Mettimele”-  si mosse a fatica come una bambina che sia stata appena pestata dal bullo di quartiere.

Raccolse le pantofole di  e le calzò ai piedi della Padrona. Lo fece con la massima devozione e questo non sfuggì di certo all’occhio furbo dell’aguzzina.  la odiava, lei era la sua nemica, e tuttavia pur di non perdere la faccia la ragazza le aveva giurato fedeltà ed obbedienza. In quel momento  ne fu certa,  sarebbe diventata la sua schiva a tutti gli effetti. Aveva previsto che per il primo giorno un trattamento come quello che  aveva appena subito fosse sufficiente, pensava che l’avrebbe congedata al termine della prova orale, dopo averla fatta interrogare in lingue dai suoi piedi, invece la schiava pareva avere a disposizione energie e capacità di sopportazione insospettabili. La sua lingua era una carezza morbida e invitante, il suo corpicino armonioso e gracile pareva il tappeto ideale per infierire a pieno peso con scarpe dalla suola robusta. E poi quell’espressione frustrata, quell’aria sconfitta e mortificata fecero fremere il sesso di . La Padrona desiderò mettere alla prova se stessa. Volle vedere fin dove avrebbe potuto spingere la sua schiava col suo ricatto. -“Schiava, vieni da me”- disse. Fece per uscire dal salotto, poi con la coda dell’occhio s’accorse che  la stava seguendo ritta in piedi, con lo sguardo basso ma sulle sue gambe. Si fermò così bruscamente che per poco la schiava non le andò a sbattere contro. -“Brutta stronza!”- urlò –“Che cazzo fai? Mi segui così, in piedi?”-  si riscosse dal torpore. Guardò allibita la Padrona senza capire bene quale crimine avesse mai commesso, quale mancanza fosse stata così grave da far imbestialire  a quel punto. -“Giù in ginocchio!”- esclamò  –“A quattro zampe mi devi venire dietro. Anzi, già che ci siamo sarai la mia cavallina”- Appena  si fu prostrata a terra e le sue mani già martoriate ebbero toccato il pavimento  la scavalcò e si sedette senza pietà sulla sua schiena. Poi sollevò i piedi da terra e le mise ai lati della testa di , in modo da giacere con tutto il peso sulla schiena della serva. -“Trotta, cagna”- disse.  obbedì, sempre più sottomessa dalla vergogna. Compiuti i primi cinque metri  iniziò a sghignazzare. Le piaceva proprio tanto farsi portare in giro a quella maniera.Teneva le pantofole mezze sfilate dai piedi e le dondolava sulla punta dei piedi, sfiorando con esse gli occhi in lacrime di . -“Dove devo andare, Padrona?”- chiese , quando fu in mezzo al corridoio.  era un po’ indecisa. L’appartamento era piccolo e le stanze tutte disposte attorno a quell’unico corridoio. La sua prima idea era stata quella di dirigersi subito verso il bagno, però la breve cavalcata l’aveva fatta desistere; era troppo bello starsene comoda e rilassata sulle spalle di  mentre quella faticava come un mulo, trasportandola ovunque ella volesse. -“Vai verso la cucina”- disse  infine. -“Non so dov’è”- -“Ah, già, è verso sinistra”-  obbedì. Le sue spalle tremavano sotto al peso di , che dal canto suo invece godeva di quella sofferenza di essere accompagnatrice e escort sul lago.

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Sentiva la sua accompagnatrice puntare i suoi tacchi alti sulla schiena. Lo schiavo, seppure cliente, era in preda al dolore sotto di se e lei se ne restava seduta senza neppure ansimare. Per incoraggiare la schiava le prese in mano i capelli e glieli tirò, poi la schiaffeggiò e la colpì al fianco con una tallonata.  mandò un gridolino, i muscoli delle sue braccia si contrassero allo spasimo, pronti a cedere dopo un altro passo.  le strattonò i capelli fin quasi a strapparli. -“Prova a cadere e ti schiaccio la testa sotto ai piedi”- sibilò l’amazzone con tale cattiveria che si sorprese persino lei –“Ti cavo gli occhi con i miei tacchi, stronza!”-  raccolse allora tutte le forze residue. Quello che stava accadendo in quel piccolo appartamento di Firenze era assolutamente assurdo, non aveva motivo di essere. Tuttavia così era, una ragazza si divertiva a maltrattarne un’altra e la schiava doveva solo pensare a far divertire la sua carceriera. Solo questo contava per , ora. Far divertire la Padrona. Eseguì gli ordini. Trasportò  a lungo, quel pomeriggio e quando, dopo una mezz’ora di trotto, la bella aguzzina si fu scocciata di quel gioco,  aveva ginocchia e mani doloranti e riusciva a stare in piedi a stento.  la osservò barcollante ai suoi piedi e ne rise –“Bene, schiavetta, la prossima volta mi porterai a cavalluccio nella stessa maniera ma in mezzo ad un prato. Ho sempre sognato di cavalcare in campagna”- Le porse un piede –“Baciami i piedi”-  si chinò e baciò i piedi di . Erano in bagno.  aveva deciso di terminare la cavalcata nella stanza dei servizi. Si abbassò i pantaloncini fino alle caviglie e rimase con indosso solo con gli slip bianchi. Era davanti alla tazza e mostrava il fianco a , inginocchiata ai suoi piedi. La schiava aveva le gambe intorpidite dal dolore. -“Come sono secondo te?”- chiese ad un certo punto . -“In che senso, Padrona?”-  era titubante. Non capiva il significato della domanda della sua Padrona. -“Come sono, no? Come sono fatta! Sono bella, brutta, grassa, sfatta…?! Dimmi la verità!”-  guardò  a lungo. Non vi aveva fatto caso da quando era entrata nell’appartamento ma la Padrona, con maglietta e pantaloncini corti, era veramente bellissima. Fisicamente perfetta, non un filo di grasso, eppure non era neppure magra come tante modelle anoressiche che spesso appaiono sulle riviste d’abbigliamento. Quelle gambe lunghe e forti e quelle natiche rotonde e sode riempivano gli occhi della schiava. I piedi della Padrona,  li conosceva già molto bene, erano eleganti e sensuali, senza le rughe ed i calli tipici di chi cammina molto. Più in su lo sguardo della serva non s’azzardò a salire. Non se la sentiva d’incrociare nuovamente l’espressione trionfante ed arrogante di . -“Lei è molto bella, Padrona.

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Escort Dominatrice a Verona

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“Si, Padrona”- -“Non ne sei molto convinta, mi pare. Davvero lo pensi o lo dici così, tanto per farmi piacere?”- Sollevò un piede e poi l’altro dai pantaloncini accasciati sul pavimento ed iniziò a sfilarsi lentamente gli slip, facendoli scivolare lungo le cosce. -“Si, Padrona”- ripeté  –“Lei è bella…bellissima, molto più di me. La mia Padrona è perfetta!”- esclamò in un impeto d’entusiasmo la serva. Aveva appena lodato la persona che più odiava al mondo. Si sentì annullata nel corpo e nella mente. La sua autostima e la fiducia in se stessa erano andate a farsi un giro ai Carabi. Probabilmente non sarebbero più tornate o forse, se qualcuno avesse guardato bene, le avrebbe trovate spiaccicate sotto le suole delle pantofole di . -“Aiutami a togliere le mutandine”-  obbedì ancora una volta. Non era la cosa più ripugnate che la Padrona l’avesse costretta a compiere in quelle poche ore. Pose le mani verso le ginocchia della sua Signora dove l’indumento intimo si era fermato e stava per farle scendere fino alle caviglie della proprietaria quando , con lucida premeditazione, la colpì con un sonoro schiaffo in mezzo al volto. , già provata dalla lunga cavalcata e dal calpestamento di prima, crollò a terra come un fantoccio senza ossa. Si portò la mano alla guancia, che si stava velocemente arrossando e guardò attonita la Padrona.  la fissava con aria severa –“Ti ho forse chiesto di usare la mani?

Cioè, le zampe? Tu sei un’animale! La mia cagna!”- Le prese il mento con la mano sinistra, sollevandole la testa con l’indice e facendo in modo da guardarla dritta negli occhi sconfitti. -“Usa la bocca. Hai una bella bocca, dopotutto, l’ideale per i miei slip. O forse pensi che le mie preziose mutandine meritino qualcosa di meno?”- Spinse via , allontanandola dal proprio cospetto. Immediatamente la schiava tornò ad abbassare lo sguardo verso il pavimento. -“No, Padrona”- disse –“Userò la bocca”- Si fece forza e prese un lembo del tessuto fra le labbra, stando attenta a non aumentare troppo la pressione dei denti. Sapeva che una piccola piega lasciata sulle mutandine di  avrebbe reso furente la giovane Padrona. Ora era con la testa fra le cosce della sua Signora che la guardava tutta soddisfatta da sopra.  aveva un’espressione a metà fra il divertito e l’annoiato; seguiva le prodezze di  stando ritta in piedi a gambe leggermente divaricate e con le mani appoggiate ai fianchi.  si prostrò fino a toccare con la fronte la fredda superficie del pavimento, sempre continuando a tenere gli slip di  in bocca. Quando le mutandine furono arrivate alle caviglie della ragazza, quest’ultima sollevò di scatto un piede e lo calò altrettanto velocemente sulla testa di , badando a non lesinare la pressione.  gemette e si lamentò. Un urlò strozzato le morì in gola.  si sedette sulla tazza, tranquillamente, e quando si fu accomodata sollevò anche l’altro piede e lo premette sulla nuca di . La serva capì che avrebbe dovuto attendere in quella posizione finché la sua Signora non avesse sbrigato i suoi bisogni fisiologici. Sentì dopo poco il suono inconfondibile di un flusso d’urina che batte contro la ceramica del water. Poco dopo  le tolse i piedi dalla testa. -“Hurry up, cagna!”- esclamò tutta allegra la Padrona –“Adesso t’insegno come essermi utile da questo momento in avanti”-  barcollò, si spinse con la testa ad un palmo di distanza dalle ginocchia di  e cercò di sollevarsi in ginocchio ma la dominatrice la precedette, afferrandola per i capelli e tirandole il viso verso l’alto. Contemporaneamente  s’alzò in piedi e schiacciò la bocca di  contro la propria vagina ancora umida –“Dai, tira fuori la lingua e leccami per benino! Non sei capace di mantenere un rapporto leale ed onesto con un ragazzo, vediamo se almeno sei in grado di funzionare da carta igienica!”-  non resistette all’ordine impartitole da , non vi provò neppure. Tirò fuori la lingua e leccò con dovizia di premure il sesso della Padrona.